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I FIGLI MIGLIORI DI GIGNESE PERCHE' DI LORO "MEMORIA RESTI"
Caduti nella
guerra 1915-18: AFFETTUOSO RICORDO DI CARE FIGURE SCOMPARSE, PERCHE' DI LORO MEMORIA RIMANGA
Al Tadol:
era costui da Coiromonte; scendeva a Gignese per piccoli
lavori saltuari —
taglio di legna, fienagione ecc. —. Si accontentava di
poco: sovente chiedeva
solo pane e minestra. Era schivo, un po' misantropo, quieto. Mangiava
fuori dell'uscio su una tavola di pietra o su una
panchina per non
disturbare; vestiva abiti che gli davano in compenso del lavoro che
offriva. Amava i bambini i quali lo avvicinavano senza
paura. Correvano gli
anni '25-'35. Un giorno d'estate si riposò ai
piedi di un grande faggio in co' del
ponte alla Madonna del Sasso; era una giornata calda e proprio ai piedi
del grande faggio morì così,
solo, in silenzio, senza disturbare nessuno,
con gli occhi fissi al
cielo azzurro.
Noi bambini piangemmo un amico buono.
Dopo il 1930 non lo si vide più dalle nostre parti; rimase
il detto,
ancora oggi in vigore, per chi mangi forte:
"mangi come il Tass"! Al Gervason: era Vintellettuale del paese, classe 1888 ; sapeva il francese per essere stato a lavorare "a Parigi in Francia", diceva lui! Fu panettiere con negozio in via centrale, poi chafTeur all'Hotel Alpino, maggiordomo e uomo di fiducia in casa De Munier. Sapeva suonare egregiamente mandolino e chitarra. Conosceva l'arte del guarire e mettere mettere a posto slogature e lussazioni specie quelle femminili; faceva a posto slogature e lussazioni specie quelle femminili; faceva uso di impiastri e unguenti solo a lui noti, in cui si dice avesse larga parte il puzzolente grasso di tasso. Leggeva giornali e riviste e si piccava di conoscere tutto lo scibile umano così che era facile alla sentenza, ai grandi giudizi e coraggiose previsioni che non sempre si avveravano. Forte giocatore di carte, famose erano le sue arrabbiature quando perdeva allo scopone. Viveva con filosofia e gli ultimi anni li passò, come sempre, solo, nella stanza al "Crèe" quella con il caratteristico sevizio a sbalzo sulla ruga, ancor oggi conservato.
Negli ultimi anni teneva orticello dal quale cavava di che
campare e in una capanna di lamiere alla Pii aveva due capre;
d'inverno si ammantava
con solennità di un gran mantello nero che scendeva sino ai
piedi, dal quale
spuntavano solo le scarpe, una testa pelata pelata e due occhi indagatori.
Morì in una casa di riposo nel 1978.
La Gin da la Deodata:
correvano gli anni Trenta e le funzioni in
Chiesa spesse volte
erano allietate da una voce bellissima: quella della
Gin.
Certe Ave Maria soavissime, certi potenti Magnificat per non
parlare
di sublimi Tedeum uscivano dalla sua ugola d'oro: era la Callas di
quei
tempi!Ma
a volte, pur presente, taceva ostinatamente e invano don Prandi
dall'altare si voltava implorando l'acuto dalla Gin:
ma se non era il
giorno diritto niente da fare, la Gin non cantava!E
i giorni diritti non erano molti! Era generosa, a volte espansiva,
altre chiusa;
forse, chissà, il canto e la musica le ricordavano illusioni o
delusioni di
amori impossibili.
L'ultima volta che udimmo la sua voce noi si era ragazzini
seduti su un muretto giù al Crèe: era la voce
di una donna disperata aiutata da
mani pietose che l'aiutavano a salire sulla
grande sempre lucida macchina del Pandin che l'avrebbe condotta a Novara
in un luogo ove libertà è tolta! Le trepida mano materna si posò sulle
nostre spalle e disse: "Andiamo a casa, non sono spettacoli per voi
bambini". Chi scendeva alla stazione della "funicolare" — lontana un chilometro dal paese — chiedeva di lui per portare le valigie. Quante volte simulando essere un villeggiante qualcuno lo caricava di una valigia piena di sassi con l'incombenza di portarla alla locanda tale; arrivava a destinazione un'ora dopo, sfinito, trafelato bestemmiando per la maledetta valigia. Scoperto l'inganno si arrabbiava moltissimo e poi si acquetava davanti ad un calice di vino offerto a riparazione.
Tremende sbornie erano per lui abituali;
dormiva, anche d'inverno, dentro una cassapanca nella cascina, che da lui
prese il nome, giù alle "Baracche"'.
La memoria ci tradisce per poter dire se lì fu trovato morto un
giorno o l'altro, ovvero se finì ospite di qualche ospizio. Al Geni: classe 1908, frequentò con successo le prime due classi elementari e, dicono i suoi coscritti, era intelligente. Poi una "febbre cattiva" (meningite) bloccò le sue facoltà mentali e più che vivere vegetò sino all'anno 1977. Portava il pesante crocefisso in testa alle processioni e ai funerali con sussiego; i bambini, un po' cattivi, ne facevano il loro spasso, ma lui non si arrabbiava mai e al massimo faceva finta di rincorrerli. Aveva la manìa dei chiodi delle sue scarpe e li contava mille volte al giorno fermandosi nelle strade con una gamba giù e una su, una scarpa in mano per la conta dei chiodi. Si pavoneggiava con le ragazze del paese ogni volta che si radeva la barba, il che succedeva di rado. Madre natura lo dotò di uno strano sesto senso: sentiva il cambiare del tempo. In giornate bellissime se per strada il Geni cantava si poteva star sicuri che entro due giorni il tempo cambiava. E per ogni tipo di tempo aveva un certo tipo di canto. Era il « segnatempo » del paese!
Abitava nella rustica casetta davanti al cimitero, casetta
costruita con le proprie mani da don Tagini di Nocco che per questa opera
di altruismo ebbe il prestigioso premio "la
notte santa" istituita da Angelo Motta,
panettoni.
Al Penco:
era chiamato anche il Pinco;
sempre ignorammo nome e cognome; apparve verso il 1928 a Gignese, si dice,
proveniente dal Pavese. Trovò lavoro come uomo tuttofare dal Ginisìn e
dalla Manetta giù
ai Molini, ove visse
fin verso il 1940.
Stava mesi senza farsi vedere in paese, lavorava sodo, ma spesse volte
veniva
preso dal demone del bere e allora erano giorni e giorni di vagabondaggio
nelle osterie locali.
Amava sedere serate intere sulla panchina di piazza Runchèe (quella
che si vede
ancor oggi) e suonava il mandolino molto bene. Quando al « Ricreatorio »
vi era qualche recita mai mancava ed era spettatore attento,
quasi estasiato. Raramente parlava di sé e del suo passato: solo
una volta si
confidò e disse che era figlio negletto di una grande attrice
il cui nome
volle tenere segreto, e che fu allevato in un collegio di lusso;
e non volle
aggiungere altro. Amava leggere libri e giornali ed era colto,
fine, educato
anche se un po' introverso.
Non si seppe più nulla di lui: scomparve in silenzio!Su
di una trave all'ingresso della stalla dei "Molini" a matita, ha lasciato
scritto — e ancora oggi si può leggere —: "Penco 1937". La sciura Angiulina: detta anche la "cumàa": piccola, esile, due occhietti chiari, vivacissimi, intelligenti e furbi; una chioma sempre arruffata, il vestito dimesso, le calze che cascavano entro due scarpe eternamente scancagnate. Il tutto non propriamente da bucato, almeno così sembrava! E' stata per mezzo secolo e più la "levatrice" dei nostri paesi. Come non ricordarla con simpatia e riconoscenza? Aiutò le nostre mamme, aiutò noi a "veder la luce". Dicono che era di modi bruschi e decisi nel suo compito ma che era brava e "sapeva la sua arte". Amava dire: "Ne ho visti mille e mille nella mia vita ranocchietti prima, poi fanciulli e infine uomini e donne".Il marito teneva osteria al "Riposo" (è quella bicocca ancora esistente davanti al garage Ferri). Aveva un figlio, l'Oreste, che fu assessore comunale, morto a Meina, ufficiale postale, nel 1970. Era larga di consigli alle mamme di come allevare i figli, come togliere i vermi, cosa fare per alleviare loro il mal di denti o di pancia. Rimase sulla breccia sino all'ultimo facendosi sempre più minuta e leggera lei già così piccola e fragile. A tutti è nota l'avventura capitatale nel '47; il medico condotto di allora passò una volta d'inverno con premura a prelevarla per una chiamata urgente; l'amico Matteo la sistemò sul seggiolino della potente "Guzzi 500" e partì. All'arrivo a Carpugnino la signora Angiolina non c'era più. Fu persa per strada! Risultò infatti che alla curva di Locco, forse o senza forse presa un po' alla Bordino, la povera donna era finita in una scarpata ove fu trovata immersa nella neve, sull'orlo del congelamento, ma viva e quasi divertita! Lasciò questa terra e i suoi mille "ranocchietti" nel 1960.
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1906 - |
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1946 -
Com'è noto, fino al 1928 Gignese, Vezzo e Nocco erano Comuni autonomi, e solo a quella data vennero riuniti in un solo Comune con denominazione e sede Gignese. Era una iniziativa del Governo fascista, e appena finita la guerra molti paesi chiesero di riottenere l'autonomia. Ci riuscì Belgirate, che era stata aggregata a Lesa. Non ci riuscì invece Vezzo, come risulta da un documento del 1946: «Il Ministero degli Interni ha respinto richiesta dei frazionisti di Vezzo per la ricostituzione in Comune autonomo». Il Sempione del 1946 ricorda anche il neo laureato dell'Università di Torino, dott. Emiliano Bertone, e la sconfitta, sul campo di Pianezza, di Gignese contro l'A.C. Viscontea di Massino per 4 a 2. |
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1956 - Il 24 novembre 1956 periva tragicamente ad Orly il musicista novarese Guido Cantelli, allievo prediletto di Arturo Toscanini e suo successore alla Scala. Quando Toscanini villeggiava alla fine degli anni Venti all'Alpino, aveva con sé, nella villa La Genzianella, l'amico Cantelli. Armando Molinari racconta che suo padre, l'indimenticato Pasquale, aveva una fotografia nella quale egli suonava nella Banda di Novara diretta da Cantelli padre, e il figlio Guido gliela chiese, senza poterla più restituire. |
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Per Don Benvenuto Del signore |
| Ringraziarne don Benvenuto, arciprete, che per diciotto
anni ci ha elargito la parola di Dio. Possano le preghiere di don Virgilio e di tutti noi già suoi parrocchiani rendergli grazia. Della sua permanenza tra noi ci rimangono segni tangibili di opere che degnamente testimoniano il suo amore per la Parrocchia. Elenco dei parroci di Gignese, dalla erezione in parrocchia ad oggi: 1) Giovanni Libertini, dal 1609 al 1642; 2) Antonio Ferrari, dal 1642 al 1680; 3) Guglielmo Tamiotti da Rossa in Valsesia, dal 1680 al 1710; 4) D. Giovanni B. De Antonis da Vezzo, dal 1710 al 1751; 6) Carlo Guazzi da Coiromonte, dal 1760 al 1764; 7) Giuseppe Farinelli da Castroleone, dal 1764 al 1773; 8) Giovanni B. De Donatis da Carpugnino, dal 1775 al 1781; 9) C. Francesco Piroli da Luciago Cuzago, dal 1782 al 1814; 10) Bartolomeo Falciola da Stropino, dal 1816 al 1856; 11) Giovanni Cantadore da Craveggia, dal 1856 al 1857; 12) Carlo Cuzzi da Suna, dal 1861 al 1872; 13) Pietro Bottelli da Galliate, dal 1874 al 1877; 14) Matteo Fazio da Ferrazzano, dal 1879 al 1881; 15) Felice Zaccheo da Arona, dal 1884 al 1895; 16) Giuseppe Picena da Graglia, dal 1896 al 1928. Sepolto a Gignese. 17) Giovanni Prandi da Bellinzago, dal 1929 al 1955. Sepolto a Gignese. 18) Mario Jelmoli da Ghevio, dal 1955 al 1960. Trasferitesi a Carciano, dove mori nel 1974; 19) Benvenuto del Signore da Brovello, dal 1960 al 1979. Rinuncia per malattia; 20) Virgilio Pozzato da Morghengo dal 27 gennaio 1980. |
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• LUGLIO 1979 |
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• AGOSTO 1979 Nella notte 11-12 agosto un incendio infieriva il colpo mortale al Grand Hotel Alpino, già fatto segno da ladri e teppisti. Si è ancora in attesa di una conclusione definitiva per questa vicenda che si trascina stancamente ormai da troppi anni.
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• SETTEMBRE 1979 |
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DICEMBRE 1979 |
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GENNAIO 1980 |
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• FESTA DI SAN MAURIZIO Il vecchio proverbio dice che S. Maurizio e S. Gaudenzio sono due mercanti di neve; così domenica 13 gennaio Gignese ha festeggiato il suo Patrono ammantata di neve fresca caduta durante la notte. Un gruppo volenteroso di giovani, ha provveduto di buona lena alla pulizia delle scalinate della Chiesa. La Santa Messa, nonostante il numero ridotto di persone a causa del cattivo tempo, è stata solenne ed allietata come sempre dalla scola cantorum; il Corpo musicale del Mottarone si era offerto, ma i Fabbriceri lo hanno esonerato dal servizio proprio per il brutto tempo; la tradizionale offerta all'incanto ha fruttato una somma che aiuta a superare le ultime difficoltà economiche.
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