Se ci sia stato nell'antichità
un interesse per Io sfruttamento dei minerali attorno alle sorgenti
dell'Agogna non abbiamo elementi sicuri per affermarlo; in epoca
medioevale, l'Agogna compare nelle "Honorantie Civitatis Papié" come uno
dei fiumi dai quali si leva l'oro.
Un documento del 1825, riporta
che "essendosi fatta una scoperta di una
miniera aurifera in territorio di Brovello, ove dicesi a Falghera, e
precisamente sul monte, in vicinanza del fiume Agogna, che scorre
è fianchi
del medesimo",
si formò una società, "per ridurla a profitto",
tra i signori Giuseppe Salter e Giovanni Battista Passi.
La
giunta municipale di Nocco concedeva, con verbale del 1°
dicembre 1859, ai signori
Valle e Pagani la facoltà di ricercare minerali "nel t-enimento
Comunale detto Agogna"; costoro cedettero poi le loro ragioni alla
"Società Francfort", che proseguì nello sfruttamento .
Il 4 novembre 1861, il
sottoprefetto, da Pallanza, scriveva: "il
sottoscritto prega il signor Sindaco di Gignese di far tosto pubblicare
: tenore dell'articolo 26 della legge 20 novembre 1859, l'annesso
decreto di permissione alla Società
Inglese delle miniere di Brovello ed Agogna di lar ricerca di minerale
nella località detta fondello e Piomberà in codesto territorio".
Il toponimo
Piomberà
compare già
nel sommarione del catasto settecentesco. Le carte del '500
riportano due altri interessanti toponimi, localizzati presso le
sorgenti dell'Erno: Ferrerà e Saxum Manninum. Quest'ultimo
compare nell'Ottocento come Sasso Marino, che sta forse per
materiale roccioso risultante dalla perforazione di gallerie.
Scriveva il Boniforti, nel
1870:
«Miniere di rame, di oro e di piombo, si discopersero lungo la costa del
Vergante, nei dintorni di draglia e di Gignese fin da quando si
intrapresero i lavori e l'opera di scavi per la strada del Sempione. Una
di tali miniere, non ignota agli antichi, come si può ravvisare negli
esistenti avanzi di gallerie e manufatti a grande profondità, fu presa a
coltivare ai nostri giorni da una potente società inglese ».
Che tali avanzi riguardassero la miniera di Gignese è confermato
anche dal sac. Destefanis: « Anche nella
galleria di una miniera di piombo ed arg&nto presso il fiume Agogna nel
territoria di Gignese (regione chiamata "Meut Piombin")
abbandonata ab immemorabili,
non si sa per qual motivo, e riaperta or sono pochi anni, si trovarono
le fracide armature di larice ed abete legnami di cui abbondarono negli
antichi tempi i nostri monti ».
Proprio Ja
presenza di questo tipo di legname porterebbe a retrodatare di
parecchio lo sfruttamento della miniera. Ancora il Boniforti rileva sul
Mergozzolo la presenza di torba:
«
im torba vi ha almeno, ove
potei osservarla, un buon piede d'altezza; è composta non solo d'erbe
palustri, ma anche di tronchi e rami di tarici (pianta che or colassù
più non si vede) ».
Il
Buschini ricorda che
« altri giacimenti di galena e di zinco sono afiorati nel
territorio coirese, taluni dei quali, di lavorazione antica I or se
romana, sono quelli, sfruttati ancora mezzo secolo fa, dell'alpe Feglia
e del monte Piombino sul fianco orientale del monte Falò ».
Con regio
decreto del 1863, la
Società Inglese
ottiene in
concessione una porzione di campo detta Agogna e Piombino.
Due anni
dopo il consiglio comunale accordava all'ing. Alfredo Wallenstein,
domiciliato in Arona, il permesso di ricerca di minerali di piombo nella
regione alpe
Tensa,
così
delimitata: "A
nord Comune di Vezzo; a est le
concessione tombino-Agogna al commendator Franefori; a sud i
Comuni di Nocco e Coirò; a ovest una retta condotta per
le due sommità principali della giogaia che separa il versante
dell'Agogna da quello del Pescane, a una distanza media di 1900
m. dalla suddetta
concessione".
Anche l'alpe
Salmagitt
è interessato da ricerche per opera di Gaetano
Tessera di Armeno: "/'
limiti del terreno sono quelli del terreno detto
pascolo Salmagetti di proprietà del
sig. Alesina Giovanni, con esclusione
della porzione data
alla Società Inglese".
Notizie
interessanti sulla miniera emergono da una
"Relazione della
parrocchia di Nocco",
curata dal parroco Bellini (1879):
"l'opificio della
cava del piombo, situato nel territorio di questo Comune,
dove si trovano cento e più lavoratori. ... I direttori della già
accennata cava di piombo obbligano i
lavoratori (di cui la massima parte è di Gignese, ed
anche i lavoratori forestieri
risiedono a Gignese per esser più vicini alla
cava) ad occuparsi anche nei giorni
di festa, minacciando multe e congedi qualora si astenessero, e
nonostante le rimostranze già fatte niente ancora si è potuto ottenere.
Se il signor vescovo volesse interessarsi per ridurre a migliori
consigli quei direttori farebbe un gran bene a queste
popolazioni".
Verso il
1877 c'è un cambio di proprietà, subentrando alla
Società
Inglese
la
Società Genovese delle Miniere.
Se la
miniera portava lavoro, creava però anche problemi: oltre
al
riposo
festivo emergono i danni alle strade e l'inquinamento.
Nel 1881
i sindaci di Borgomanero, Ameno, Briga, Invorio Inf.,
Miasino, Bolzano N., Cozzano e Fontaneto
A., denunciano la
Società Genovese per
l'inquinamento dell'Agogna; la società risponde che lo stabilimento per
il lavaggio del materiale estratto era stato chiuso il 31
dicembre 1880.
Agli inizi del
'900 la concessione governativa per lo sfruttamento della miniera è di
proprietà della società The Brescia Minning and Me-tallurgical C. Ltd.
di Glasgow, e da questa, nel 1904 ceduta al Ping. Giuseppe Pucci
Baudana e al sig. Ilario Sery,
i quali costituiscono la
Società Anonima Miniere di Agogna e Motto Piombino.
Tale società, nel
1909 è esercitata
dalla
Società Mineraria Novarese,
della quale il Pucci è amministratore delegato. In coincidenza con
tale passaggio di proprietà, gli operai sono in sciopero.
Nel 1914, Vincenzo
Guzzi, già amministratore delegato della
Società Mineraria Novarese
e suo fratello Ulisse, proprietari della Miniera
di Gignese, chiedono il permesso di ricerche di minerali di piombo,
zinco e rame, nelle località alpe Fery e
Guasto.
La concessione
governativa passa in diverse mani: nel 1917 dai
Guzzi alla
Società
Anonima di Nebida
(Sardegna); nel 1925
alla Società Chimica Lombarda A. E. Bianchi e Co. di Rho; nel
1929 ad una Società
Anonima Miniere di Gignese con
sede a Milano. Nel 1936 questa società chiedeva un finanziamento per la
riapertura della miniera, chiusa dal
1928: "La nostra miniera, allo stato di sua coltivazione attuale, promette
un avvenire ottimo, tale da far rifiorire nel nostro Comune un'industria
mineraria di prim'ordine".
Il Corpo Reale delle Miniere di Torino rispondeva invece
che "la
povertà
della mineralizzazione non consente una proficua ripresa dei lavori".
Due anni dopo è la Rumianca a chiedere il permesso
per ricerca di minerale
arsenicale, da impiegare nello stabilimento di Pieve Vergente.
Il 12 dicembre 1938 la Società
Anonima Miniere di Gignese, in
liquidazione, rinuncia
alla
concessione
mineraria.
Si fanno avanti
diversi potenziali acquirenti finché, nel 1943, la concessione
è affidata alla S.A.l.M.E. (Società Anonima Italiana Mineraria
Estrattiva)
di Napoli, che però non effettua nessun lavoro.
Il 26 aprile 1944 la Società
Ceramica Italiana di Laveno Mombello chiede di
subentrare alla S.A.l.M.E.,
in quanto necessita del piombo e
zinco "per gli smalti dei propri manufatti, minerali sempre più
scarseg-gianti sul mercato nazionale, specie dopo l'occupazione della
Sardegna, ove maggiormente tali prodotti sono coltivati".
La richiesta è accolta dalla prefettura di Novara.
Nel 1953 la concessione è invece in possesso
del per. ind. Luigi Maglia a nome della Società Industria Mineraria
Italiana di Milano, la
quale
estende le ricerche ai comuni limitrofi e per altri minerali: solfuri di
ferro, rame e arsenico.
Anche VAgip Mineraria compie rilievi sismici nel
territorio, "a scopo
di
ricerche petrolifere per conto dello Stato".
In merito
alla richiesta della ditta Bruno Sanna per permesso di ricerche
minerarie, il sindaco scriveva che la Società
Industria Mineraria Italia, "ha iniziato i lavori alla miniera del Motto
Piombino verso la fine del febbraio 1953
e li ha continuati progressivamente
in crescendo fino a tutto agosto 1953".
Tale
società nel 1954 manteneva ancora due operai in servizio per la custodia
e manutenzione delle gallerie ed impianti.
Il Corpo
Miniere di Torino accordava infine, il 18 marzo 1955, alla
Società
Valsesia per l'Industria Mineraria
una concessione per lo sfruttamento
della miniera della durata di due anni.
Nel 1957
veniva accordata una proroga di altri due anni, ma nel 1959 la società si era resa irreperibile. Il
sindaco scriveva che "la Società
Valsesia ha lavorato sin quasi alla fine del
7957. La stessa Società
è ora
rappresentata dai titolari della Ditta De Tornasi e Milani con sede
in
Busto Arsizio".
In realtà
la Valsesia era già in difficoltà nella primavera del '56, e nel
mese di dicembre ne veniva chiesto il fallimento. Iniziava così una
lunga vertenza per la liquidazione degli operai e dei fornitori; verso
questi ultimi il debito ammontava a L. 750.913, pagati al 90%.
Nel 1965
la ditta Giuseppe Poletto di S. Giorgio di Perlana (Vicenza)
chiedeva di poter rimettere in efficienza la miniera; ma la pratica
non ebbe
seguito.
Le gallerie sono ormai chiuse e gli scarichi di materiale
attirano solo
gli appassionati di mineralogia.
| vocidipaese.com |
testi Vittorio
Grassi - foto Giovanni Tondina |
web by valefilo -
anno 2007 |
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