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La leggenda del Bortul di Armeno
(Provincia di Novara)
Dicembre 1942, vigilia di Natale,
Russia.
L'ansa del Don era lucida di ghiaccio, il termometro segnava
trentacinque sotto zero. Il sole picchiava sulla neve con raggi
impotenti a scioglierla, e stare lì di sentinella era un tormento,
fisico e morale. Meno male che il cambio si succedeva ogni quarto
d'ora, perché non si poteva assolutamente resistere di più, col
corto capottino dell'esercito, le fasce mollettiere, le scarpe di
finto cuoio coi regolamentari 72 chiodi, che erano la via d'entrata
al congelamento e, in testa, il passamontagna di misto lana
sormontato dal cappello alpino colla balda penna nera, simbolo sì di
orgoglio, fierezza e determinazione, ma totalmente inutile sulla
steppa gelata.
Il Bortul era triste, pensava che oggi, vigilia di Natale, non poteva
neppure scambiare due parole coi suoi compaesani perché lui era
l'unico Armeniese nella Divisione Tridentina, inviato in Russia con
l'ARMIR. Perché proprio solo lui di Armeno con il quinto Alpini,
mentre tutti erano nel quarto? Mah, la naja è fatta così "Chissà mia
madre come mi penserà domani. Lei che non sa più neppure dove
sono.....chissà se c'è neve anche al paese ...chissà se le bestie
hanno abbastanza fieno per l'inverno...chissà .. .quando arriva il
cambio?.. ..non ce la faccio più."
Ma ecco, a pochi passi un fantasma appare d'improvviso sulla neve, non
è un alpino. È un soldato russo, impugna il mitra parabellum, perché
non ha ancora sparato? Il Bortul solleva la canna del suo Beretta,
speriamo che il caricatore non sia gelato, sparo io se no spara lui,
ma perché, perché non lo faccio? Forse perché domani è Natale? Dai
Bortul, dai alpino, sei in guerra, o uccidi tu o uccide lui, dai,
dai, spara.....
Ormai sono vicinissimi, il russo e l'italiano si guardano negli occhi
e gli occhi sono identici, si scoprono il viso, hanno la stessa
barba, le stesse sembianze, sembrano gemelli, sono certo
coetanei....Questa visione li folgora, li annienta. Il Bortul estrae
come può il pacchetto di Milit dalla tasca del cappotto e lo porge
al partigiano, sì, ora ha capito che il russo non è un soldato
regolare, ma un partisan che fa la guerriglia, che ha il parabellum
da 90 colpi, altro che il suo giocattolo di Beretta, e calza il
valenki, gli stivali imbottiti, altro che gli scarponi da 72 chiodi
e indossa un cappotto di montone foderato di pelle e ha sul capo un
berretto di castoro, altro che il cappello con la penna nera....
Il Bortul conosce pochissime parole di russo: "tovarisc" compagno, "papiroski"
sigaretta, "davài" avanti, "cikài" scappa.. ."papiroski, tovarisc?
Dai, prendi, ciapa cuscritt....fuma 'na volta 'nca ti....domani è
Natale, cris-ciàn!"
Il partigiano ha gli occhi lucidi, ma non può piangere perché le
lacrime diventerebbero pugnali di ghiaccio; anche lui sa qualche
parola di italiano: "Ciao italianski, io Ivan partissan di Tiflis,
partisan armeno..." Il Bortul rimane annichilito ed ora non ne può
proprio più. Ma come, nessun paesano nel suo battaglione e questo
russo, un nemico.. ..no, non è possibile! "Io Bortul, alpino, Bortul
di Armeno, Italia...." E prende la scatoletta di caviale che Ivan
gli passa.. ..domani è Natale, buon Dio!
Si parlano senza comprendersi, ma ora bisogna lasciarsi, sta arrivando
il cambio e Bortul spinge via il partigiano.. .vai, vai, scappa,
cikài, cikài, scappa.. .domani è Natale.
La ritirata era iniziata da una settimana. Gli alpini della Julia,
della Tridentina, della Cuneese, coi fanti della Vicenza, cercavano
di aprirsi un varco verso ovest, verso i confini dell'Ucraina, verso
casa Ogni tanto qualcuno crollava, sfinito, per non più rialzarsi. I
piedi, in molti casi, erano ridotti ad un ammasso di cancrena, i
ghiaccioli luccicavano sulle barbe incolte, gli occhi erano
offuscati, non c'erano più medicinali né cibo e scarsissime erano le
munizioni e solo per le armi individuali.
Qualche isbà solitària offriva di tanto in tanto un precario rifugio;
lì c'era almeno un po' di caldo, anche se la puzza degli uomini che
marcivano era insopportabile. Ma nulla è intollerabile per gente che
deve morire. Le madri russe sostituivano le mamme degli italianski e
davano ciò che potevano, rischiando coscientemente la propria vita.
I partigiani attaccavano improvvisamente, aprivano con un calcio la
porta dell'isbà e sventagliavano il parabellum sui corpi
addormentati.
II Bortul, forte montanaro temprato a tutte le fatiche, era ancora in
gamba. Era lui che incitava gli altri a camminare, avanti, avanti,
coraggio, dobbiamo farcela, voglio rivedere la mia baita, devo
arrivare a casa, i lavori sono tanti e pà e mama sono ormai vecchi e
stanchi..... avanti, alpini, avanti! E così i fantasmi si
trascinarono verso occidente, verso il Dnieper e Kiev, verso la
Romania, verso la libertà e la vita. Si oltrepassarono villaggi e
città dai nomi strani, Podgornoie, Soljakino, Malekejewa, Djeper,
Arnautewe.. .ma quando, quando arriverò ad Armeno?
Ventitré giorni durò la ritirata. I morti per congelamento, per fame,
per dissenteria, per attacchi da aerei e carri armati russi erano
decine di migliaia e con gli italiani c'erano tedeschi, ungheresi e
romeni. I sopravvissuti erano ridotti a scheletri, a stracci di
uomini, senza più voglia di combattere, di pensare, di camminare.
Solo un gran desiderio di buttarsi sulla neve e dormire,
dormire......
Finalmente ecco Nicolajewka, ecco il terrapieno della ferrovia, al di
là la via è libera, siamo all'ultima battaglia. Ma chi è quel pazzo
che, ritto sul carro armato tedesco, incita i suoi soldati, chi è
quel temerario? E' il generale Reverberi, in piedi sul panzer, fra
il sibilare delle pallottole: "Avanti tridentina", forza Alpini, al
di là del terrapieno, c'è la libertà e la strada verso casa.. .forza
matài !"
Un urlo sovrumano esce dalle gole dei fantasmi, degli straccioni, di
ciò che rimane di un grappolo di gioventù.. ...Avanti, avanti
Tridentina!
Il Bortul è fra i primi, non ha paura» o adesso o mai più, ed è già in
cima al terrapieno, basta scendere dall'altra parte ed è fatta..
.c'è solo questo russo qui davanti da far fuori, ma cosa vuole
questo qui?
Ivan è di fronte a lui, come a Natale: punta il parabellum, ma non
spara, ha riconosciuto Bortul: "Papiroski, Tovarisc? Dai cuscritt..."
e rimangono lì cosi, impietriti, il partisan e l'alpino....
Un attimo di esitazione e una raffica li raggiunge: è finita. Il
sangue di Ivan e Bortul si mescola sulla neve e cade sul terreno
sottostante dove fra pochi mesi, in primavera, germoglieranno due
semi e spunteranno i più bei girasoli mai visti
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